
Una rubrica tutta nuova: ogni mese una memorabile storia di vita di abitanti della Valle Maira
personalmente intervistati da Alberto Burzio, scrittore e appassionato di cultura locale.
Pietro Claro,
il montanaro che ride sempre,
con il sangue da camoscio
Nonostante sia ospite di una Casa di riposo, intercala i suoi discorsi con sorrisi e frequenti risate. Pietro Claro è nato il 22 agosto 1936, a Elva, in borgata Chiosso, ha gli occhi che brillano ed è un uomo simpatico.
Due Fratelli nel ricovero
Cosa facevano i suoi genitori?
“I miei genitori lavoravano la terra. Eravamo quattro fratelli e una sorella, oggi siamo rimasti in tre figli: io e mio fratello Chiaffredo ospiti della Casa di riposo di Stroppo e nostra sorella Ernesta”.
Quando era bambino con cosa giocava?
“Ah, io da bambino ho giocato poco! Nel 1948 ero già affittato, facevo il pastore da una mia zia in borgata Dao. Le scuole le ho frequentate in borgata Molini, ho avuto prima una maestra di Centallo che era stata poi ammazzata e poi un maestro di Pantelleria. In classe eravamo 27, a Elva c’erano quattro Elementari allora. Io non studiavo troppo: ero sovente ospite del banco dell’asino!”.
Il pane quante volte all’anno lo facevate?
“Lo facevamo in autunno, dopo i Santi e poi la facevamo seccare nei solai. Poi lo mangiavamo con il latte. Altri lo mettevano a bagno nella fontana, per farlo rinvenire”.
Il sarvanot di Chiosso
Quando non c’era la televisione dove vi trovavate?
“Di sera l’appuntamento era nelle stalle. I vecchi raccontavano delle storie strane. Io ricordo bene quella del “sarvanot di Chiosso”, la mia frazione: veniva sempre dalle donne a mangiare il burro con il pane. Se le donne non gli davano da mangiare, non riuscivano più a fare il burro! Ma io so bene che con la panna del primo giorno non riesci a fare il burro”.
Si ricorda quando è stata fatta la strada del vallone?
“Certo! Un primo pezzo è stata fatto nel 1922. I lavori sono stati fermi per tanti anni. Nel 1953 è di nuovo iniziato il cantiere: ho lavorato anch’io su quella strada a fare le buche con il piccone e la pala, mi pagano 153 lire all’ora. Ti tenevano d’occhio per tre giorni di fila: se non rendevi ti lasciavano a casa”.
Pietro, lei cosa ha fatto nella vita?
“Tanti lavori! Il contadino, l’operaio, il boscaiolo e il margaro, con 150 mucche. Lavoravo a Fossano e d’estate salivo agli alpeggi”.
Cosa ricorda della guerra?
“Io ero bambino e un giorno vicino alla cappella ho sentito dei rumori: c’erano degli uomini armati, ho avuto paura, sono scappato e mi sono nascosto in una siepe. La guerra è una gran brutta cosa e non dovrebbe esserci mai!”.
La testa delle donne
Quale è il segreto per fare un buon nostrale?
“Bisogna impastarlo due volte e così si conserva anche un anno, e puoi pure grattugiarlo. Una volta torno su a Elva e lo spiego al giovane margaro”.
Pietro, come mai lei non si è sposato?
Il montanaro ride divertito: “Eh, non ho avuto il tempo! Le donne mi piacevano, però ho sempre pensato che è più facile fare il giro di una montagna che cambiare la testa a una donna! Non mi sono mai sposato perché non voglio essere comandato da nessuno. Una volta ho detto a una mia amica: “Di madre ne ho avuta una, e non voglio averne un’altra!”. E così abbiamo preso strade diverse”.
Ma le donne le piacevano?
“Certo! Quando ero giovane, ho avuto anche tre fidanzate contemporaneamente. Di sera andavo da una, la sera dopo da un’altra che mi chiedeva cosa avevo fatto la sera prima. E io le raccontavo che, stanco, ero andato a dormire!”.
I peccati nell'aria
E don Michele Fusero se lo ricorda?
Altra risata divertita: “Una volta gliene abbiamo combinata una: lui era venuto a cercarci per farci confessare per Pasqua, e noi giovani quel giorno ci siamo tutti nascosti dentro un forno! Da lui mi sono andato a confessare solo una volta”.
Coi preti va d’accordo?
“L’altro giorno sono arrivati qui da noi don Natale Gottero e don Ugo Sasia. Mi sono avvicinato a una finestra, l’ho aperta e ho detto a don Ugo: “Apriamo la finestra, così i miei peccati escono!”. Io non mi sono confessato, ma don Ugo mi ha dato lo stesso la Comunione”.
Lei crede in Dio?
“Io sono cristiano, ma penso anche che l’uomo è come una pianta, che nasce e che muore. La morte è una cosa naturale, ma io non ci penso troppo”.
Dopo la morte cosa c’è?
“Non si sa, nessuno è ancora tornato indietro! E anche il Papa è morto, nonostante i tanti medici bravi che lo seguivano”.
La vecchiaia è difficile?
“Io ho avuto sei operazioni, e i medici mi hanno detto ridendo: “Lei ha il sangue dei camosci, sennò sarebbe già morto!”. Oggi sto abbastanza bene”.
Nostalgia di Elva
Da quanti anni è nella Casa di riposo di Stroppo?
“Sono arrivato nell’agosto nel 2010. Qui mi trovo solo così e così, mi mancano tanto Elva e la mia casa”.
Di notte sogna?
“Non ricordo cosa sogno. Una volta era meglio, oggi i troppi soldi hanno rovinato molto i rapporti. Ritorno a Elva ogni tanto e la malinconia mi assale, non c’è più nessuno. E vedo male il futuro delle nostre montagne”.
La vita come è?
“Facile non è, io ho sempre sofferto. Come quando facevo il boscaiolo, sudavo tutto il giorno e per il freddo le mani sanguinavano… Ah, non vorrei fare di nuovo il margaro e il boscaiolo, sono vite troppo dure! Se rivivo un’altra volta, mi dedico al commercio e vivo più tranquillo”.
Alberto Burzio (Barba Bertu)