Una rubrica tutta nuova:
ogni mese una memorabile storia di vita di abitanti della Valle Maira
personalmente intervistati da Alberto Burzio, scrittore e appassionato di cultura locale.

felicita garneriFelicita Garneri,
93 anni portati bene

Ha 93 anni, non li dimostra e scrive poesie.
Felicita Garneri
è nata il 22 luglio 1919 a Elva, in borgata Molini. “Io mia mamma non l’ho conosciuta: era andata a lavare, ha preso la polmonite ed è morta quando avevo due anni. L’anno dopo ho perso mio padre, gli si era rotta una vena in testa. Chi mi ha allevato è stata la mia madrina, Caterina Dao Castes: lei e suo marito sono gli unici che mi hanno voluto bene, la mia vita è stata difficile”.

Come era Elva quando era piccola?

“Avevo sei anni di età ed è stata la prima volta che sono entrata nella casa dei miei genitori. Allora ad Elva vivevano molte persone. Giochi ne avevo pochi, una bambola che mi ero fatta con la paglia: la cucivo di nascosto perché mia cugina mi picchiava, non voleva che consumassi il filo”.

Le scuole dove le ha frequentate?

“Sono andata alle Elementari al Serre. In prima avevo una maestra suora, ma non era buona, picchiava con una bacchetta, era rossa di faccia perché forse beveva.
Ho frequentato fino alla sesta Elementare e ho avuto un maestro di Vinadio”.

Lei era figlia unica?

“Sì. Mio padre Giovanni Antonio Garneri faceva il contadino ed è stato sindaco di Elva per una ventina d’anni. Era stato anche nominato cavaliere della corona d’Italia, per i suoi meriti”.

La vita di una volta?

“Mi ricordo tutto. Era difficile e semplice. La gente era più povera, sovente mangiava la polenta che costava poco, ma non c’erano i pericoli di oggi. La gente era più brava e si aiutava tanto”.

Di cosa vivevano i montanari di Elva?

“Soprattutto erano contadini. Nella brutta stagione in tanti emigravano, mio padrino faceva l’arrotino e andava in Francia. In tanti facevano i raccoglitori di capelli femminili in giro per l’Italia, guadagnando dei bei soldi. Fino agli anni Settanta ad Elva erano in funzione otto laboratori di parrucche e vendevano addirittura i capelli alla Camera dei Lord di Londra!”.

Le ricorda le veglie?

“Certo! Nelle stalle si raccontavano storie strane, che a volte facevano paura. Io ricordo quella del Sarvanot vestito di rosso, viveva nel bosco e arrivava nelle case quando le donne facevano il burro. Voleva mangiare il burro con il pane ed era molto goloso! Un giorno una donna non gli ha voluto più dare il burro con il pane, il Sarvanot non è più venuto ma lei il burro non riusciva più a farlo! Quella donna è andata poi a cercare e cercare il Sarvanot nel prato impervio dove viveva per poter ritornare a fare il burro”.

Le masche c’erano?

“Io non ci ho mai creduto. Una mia amica di 92 anni, che vive qui con me alla Casa di Stroppo, invece ci crede: mi ha detto che sono venute cinque masche da lei, le hanno puntato la pistola contro e volevano ucciderla. Io ho cercato di tranquillizzarla”.

La strada del vallone di Elva quando è stata costruita?

“A tracciarla è stata mio padre con suo fratello, che era ingegnere. L’hanno iniziata nel 1922. E’ arrivata in paese nel 1959. Prima che non c’era la strada, la gente raggiungeva Elva passando da Stroppo”.

È vero che Elva è stata fondata da banditi in fuga?

“Anch’io l’ho sentito dire”.

Lei quando si è sposata?

“Avevo 34 anni, mi sono sposata con Gilbert nel 1953 in Francia. Ma mi sono separata dopo un anno, lui ha perso il lavoro alla Michelin dove faceva il capo, ed è tornato in Francia. Il matrimonio è difficile”.

Che lavori ha fatto?

“Ho lavorato tre anni come telefonista alla Stipel, a Dronero. Mi piaceva.
Non mi piacciono invece i telefonini di oggi”.

E durante la guerra?

“Ho lavorato alla centrale telefonica di Cuneo, poi i tedeschi hanno sequestrato la centrale e siamo stata licenziati in una ventina. Ho lavorato poi al Genio militare, volevano che mettessi la divisa fascista: io mi  sono rifiutata e ho perso il lavoro. Fino al 25 aprile 1945 ho lavorato in nero al Distretto militare e oggi ho la pensione bassa”.

E negli anni successivi cosa ha fatto?

“Per qualche anno ho fatto la sarta ad Elva, a Cuneo tirava una brutta aria! Avevo perso il libretto di lavoro e me l’hanno dato solo dopo 4 anni. Ho fatto anche la magazziniera in una fabbrica di sedie di Cuneo, che poi è fallita. Per tanti anni ho poi fatto da segretaria a una dottoressa e sono andata in pensione nel 1974”.

Cosa pensa della guerra?

“È una cosa bruttissima e ci va di mezzo è sempre la povera gente!”.

Il momento più bello della sua vita?

”Gli anni che ho passato ad Elva con la mia madrina, fino a 16 anni di età”.

E quello più brutto?

“I momenti brutti sono stati tanti, la mia vita è stata difficile”.

Cosa pensa della vita?

“La mia è stata triste. Ho perso i genitori da piccola, i miei erano benestanti ma i loro soldi non li ho presi io. Tante volte sono andata a dormire senza cena! Però non ho mai preso delle strade brutte e mi sono sempre comportata onestamente”.

Da quando è ospite della Casa di riposo di Stroppo?

“Dal 2007. Qui conosco tante persone, bagno i fiori ma mi annoio.
Mi manca tanto la mia casa, la vita qui è triste. Aspetto solo che San Pietro si decida!”.

Lei è credente?

“Sì, ma non vorrei rivivere un’altra volta”.

Alberto Burzio (Barba Bertu)


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