Una rubrica tutta nuova:
ogni mese una memorabile storia di vita di abitanti della Valle Maira
personalmente intervistati da Alberto Burzio, scrittore e appassionato di cultura locale.

giovanna brunaGiovanna Bruna.
A 84 anni a cogliere violette

Elva - A 84 anni compiuti, è ancora andata a raccogliere le violette. Giovanna (“Nina”) Bruna è nata il 7 giugno del 1920 in una stalla di borgata Isaia, ad Elva ed è una donna piena di vita, che parla volentieri, intercalando i suoi discorsi con frequenti risate.

 

 

A scuola dov'era andata?

“C’erano due scuole, e io sono andata a scuola dalle Suore Cottolenghine, che vivevano in canonica, con il parroco. Eravamo tanti ragazzi”.

Figlia di contadini

Che lavoro facevano i suoi genitori?

“Erano tutti e due agricoltori, avevamo 4 o 5 mucche. Nella brutta stagione, mio padre emigrava in Francia e lavorava come muratore, tornava a maggio”.

Non le mancava suo padre in questi mesi?

“Altrochè! Avevamo una manza, che ogni volta che vedeva un uomo, cercava di incornarlo. Era pericolosa. Mia madre ha scritto allora a mio padre in Francia comunicando l’intenzione di vendere l’animale: mio padre, per la paura che la bestia uccidesse mia madre, ha fatto il Col Sautron d’inverno, fra la neve. Quando è arrivato, l’animale non c’era più. La sera prima di vendere la manza, nostra madre (mi fa ancora pena raccontarlo oggi) ci ha avvicinati intorno al fuoco, e ci ha detto piangendo: “Non so, bambini, se domani ci sarò ancora”. Hanno poi portato l’animale, lei e mio zio, a Prazzo, facendo il Colle di San Giovanni: c’erano due metri di neve”.

Felice con mio marito

E suo marito?

“Mio marito Raimondo era del 1906, aveva 14 anni in più di me. È stato il primo ragazzo che mi ha parlato. Lui aveva già l’osteria, e il 12 maggio 1938 mi ha chiesto: “Vuoi che ci sposiamo?”. Il 18 giugno ci sono state le nozze. Con mio marito andavo d’accordo, è dal 1963 che non c’è più. Con lui sono stata felice”. Dalla loro unione sono nati cinque figli: Enrichetta nel 1940, Antonio nel 1944, Natalina nel 1947, Onorina nel 1950, Angela nel 1954.

L'osteria di borgata Ugo

Per quanti anni avete tenuto l’osteria di borgata Ugo?

“Per 40 anni. D’estate avevamo due giochi di bocce, d’inverno la gente stava in un grosso salone. Il 29 giugno c’era la festa alla cappella di San Pietro, si faceva il falò e la gente arrivava da tutte le borgate…ah, a me è sempre piaciuto stare in mezzo alla gente. Il vino andavamo a prenderlo a Stroppo e lo mettevamo nelle pelli di capra, per portarlo su con i muli…ma mi lasci raccontare un episodio particolare”.

Il teschio sul letto

Prego, racconti pure…

“Mio marito era un po’ malato, e io dovevo portare 100 litri di vino lassù alla grange, dove viveva il “ pastore dai piedi gelati” (lo chiamavano così, perché gli erano gelati i piedi tornando dalla Francia). Ho caricato il vino sulla mula, era primavera, c’era ancora la neve e mi sono incamminata, recitando il Rosario. Sono arrivata in cucina, ho scaricato il vino, lui è andato nella camera da letto. Sa cosa aveva sul letto? Il teschio di un uomo morto! Lo teneva lì, per tenere lontane le masche”.

Le masche non ci sono

Lei crede alle masche?

“Oh, no! C’era chi ci credeva, però. Se vedevano un gatto nero vicino alla culla, gli davano una bastonata: e il giorno dopo, vedevano la vecchia con il braccio al collo, quella era una masca. Prima di borgata Chiosso, di sera la gente vedeva una donna accovacciata, lungo il sentiero. Mio padre non aveva paura, e una sera ci andò da solo: c’era un “bosu”, che nella penombra assomigliava a una vecchia. Altro che la masca! Mio padre rideva sempre, quando lo raccontava!”.

A Elva non c'è quasi più nessuno

È stata dura tirare su la famiglia?

“Eh sì. Quando sono restata vedova ho continuato a tenere l’osteria fino al 1977. Poi, per cinque anni, abbiamo tenuto la Locanda di San Pancrazio, il parroco era don Marino: anni buoni, si lavorava tanto”.

Lei nella sua lunga vita ha visto cambiare il paese…

“Pensi che qui a Goria Superiore c’erano 100 persone, oggi siamo restati in pochi. Mi fa male al cuore vedere che a Elva non c’è quasi più nessuno”.

È vero che lei andava a cogliere le violette?

“Sì, l’ho fatto fino a due anni fa. Quest’anno però non le hanno più comperate. Un lavoro faticoso, ma per fortuna non ho mai patito il mal di schiena”.

E i caviè?

“Ho iniziato a lavorare i capelli a 12 anni. Lavoravo 10 ore al giorno, e guadagnavo due lire, i miei nipoti non ci credono. Pulivamo i capelli raccolti in giro per l’Italia e messi in grossi sacchi”.

Se le proponessero di vivere un’altra vita?

“Non lo so. Però sono fortunata, perché in famiglia mi vogliono tutti bene”.

Crede in Dio?

“Sì, io prego molto per gli ammalati, e per i morti. Non ho paura di morire”.

Cosa pensa della vita?

“È cambiata in peggio. Tante cose che succedono oggi non le capisco”.

Il segreto della felicità?

“Sapersi accontentare e vivere tranquilli”.

Alberto Burzio (Barba Bertu)


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